E' sabato. E' il trenta maggio. E noi sbarchiamo a S.Silvestro con il vaporetto numero 1, quello solitamente preso d'assalto dai turisti perché fa il giro lungo, lungo tutto il Canal Grande.
I miei bambini amano Venezia, la città del loro papà, dove quasi tutto è concesso: salire sui pozzi, correre a perdifiato senza il pericolo di essere investiti, finire nella foto ricordo di perfetti estranei senza firmare alcuna liberatoria e perfino riperimetrare i masegni con i gessetti colorati.
Anche la Biennale Arte, che inaugurerà esattamente tra sette giorni, intende fare mondi...una serata di coincidenze!
E, assecondando il caso, ci ritroviamo seduti ad un tavolo da Sabrina, la ristoratrice cinese più cortese di Venezia, sempre elegante nel suo chipao rosso, con lo stuolo di parenti che sciamano al suo seguito formando un lungo serpentone che scodinzola tra i tavoli in rigoroso silenzio.
Il nostro amico Nini ci presenta Sandi e Alessandro, arrivati a Venezia - pensate un po'- proprio a fare mondi! Incredibile, si tratta degli artisti che esporranno nel padiglione palestinese insieme ad altri due giovanissimi artisti di Ramallah.
Sandi e Alessandro si sono incontrati a Venezia ai tempi degli studi in Architettura, lei palestinese e lui abruzzese, ora abitano con la loro treenne Tala vicino a Betlemme.
Tra un'incursione e l'altra di Sabrina, che si prodiga ad imbandirci il tavolo con le non poche specialità ordinate da una manica di affamati (di cui io probabilmente la capofila), non tardo ad accorgermi di quanto si stia rivelando sorprendente questo incontro.
Parlano di luoghi il cui ricordo in me è ancora troppo tenero per esser già memoria, parlano di una realtà in cui, cinque mesi fa, ho portato non solo piedi e occhi. Ho accompagnato anche gli occhi dei miei bambini e mi sono presa in cambio lo sguardo di chi si è ritrovato di fronte il grigio di quel lungo muro che, in quanto strategia di disciplinamento sociale, ha definito nuovi confini, marginalizzato, separato ed escluso.
Alessandro Petti e Sandi Hilal -con il suo pancione che “scade” il giorno prima dell'inaugurazione ma che, sicuramente posticiperà comprensivo- fanno da giorni la spola con la Giudecca, dove si affrettano ad ultimare la loro Ramallah Syndrome, installazione a cui collaborano anche Basel Abbas e Rouanne Abourahme.
Parliamo a lungo del loro progetto in Biennale e ne riparliamo il giorno dopo e quello dopo ancora. I loro bollettini serali mi riportano fedelmente il caotico fermento pre-inaugurazione: artisti, tecnici, allestitori si inseguono al ritmo dei trilli dei numerosi cellulari, si sbracciano nel tentativo affannato di captare l'attenzione di qualcuno che, preso da tutta quell'animazione, si protegge a turno gli occhi e poi le orecchie.
Alessandro mi racconta degli intoppi last minute, delle prove tecniche, dei suoni che si sovrastano vicendevolmente.
Ramallah Syndrome, mi spiega, è un'installazione sonora di materiali trovati e d'archivio, registrazioni ambientali e musica elettronica.
Alessandro mi fornisce dettagli tecnici e da Sandi invece colgo l'intenzionalità critica che muove questo intervento, nella sua complessità, sociale e politica.
Sandi sottolinea in più occasioni che a voler essere 'colpita' è l'elite palestinese, prendendo in esame gli 'effetti collaterali' del nuovo ordine spaziale e sociale emerso in Palestina a seguito del collasso del “Processo di pace di Oslo”, che si manifesta in una sorta di normalità sospesa, in una “bolla” - dice Sandi cercando la metafora più adatta - in cui si gonfia l'illusione di poter far coesistere libertà e regime coloniale.
Chiuse dentro un cubo dalle pareti imbottite, le voci si affollano, si urtano, rimbalzano traducendo la stessa sensazione allucinatoria che caratterizza la percezione in una realtà in continua tensione e privazione.
Il caso ha voluto che una sera (non troppo tiepida) di fine maggio io incontrassi due persone speciali, che le nostre figlie condividessero una bambola ed un secchiello, che io mi perdessi nei loro racconti, stupita di meraviglia di fronte ai loro grandi progetti. (www.decolonizing.ps)
Lascio Venezia, la sua sospensione spazio-temporale e, percorrendo il Ponte della Libertà, non posso non pensare alla distanza concettuale che c'è tra un ponte ed un muro, alla differenza sostanziale che c'è, citando Alessandro, fra un “arcipelago” ed un “enclave”.
I miei bambini amano Venezia, la città del loro papà, dove quasi tutto è concesso: salire sui pozzi, correre a perdifiato senza il pericolo di essere investiti, finire nella foto ricordo di perfetti estranei senza firmare alcuna liberatoria e perfino riperimetrare i masegni con i gessetti colorati.
Anche la Biennale Arte, che inaugurerà esattamente tra sette giorni, intende fare mondi...una serata di coincidenze!
E, assecondando il caso, ci ritroviamo seduti ad un tavolo da Sabrina, la ristoratrice cinese più cortese di Venezia, sempre elegante nel suo chipao rosso, con lo stuolo di parenti che sciamano al suo seguito formando un lungo serpentone che scodinzola tra i tavoli in rigoroso silenzio.
Il nostro amico Nini ci presenta Sandi e Alessandro, arrivati a Venezia - pensate un po'- proprio a fare mondi! Incredibile, si tratta degli artisti che esporranno nel padiglione palestinese insieme ad altri due giovanissimi artisti di Ramallah.
Sandi e Alessandro si sono incontrati a Venezia ai tempi degli studi in Architettura, lei palestinese e lui abruzzese, ora abitano con la loro treenne Tala vicino a Betlemme.
Tra un'incursione e l'altra di Sabrina, che si prodiga ad imbandirci il tavolo con le non poche specialità ordinate da una manica di affamati (di cui io probabilmente la capofila), non tardo ad accorgermi di quanto si stia rivelando sorprendente questo incontro.
Parlano di luoghi il cui ricordo in me è ancora troppo tenero per esser già memoria, parlano di una realtà in cui, cinque mesi fa, ho portato non solo piedi e occhi. Ho accompagnato anche gli occhi dei miei bambini e mi sono presa in cambio lo sguardo di chi si è ritrovato di fronte il grigio di quel lungo muro che, in quanto strategia di disciplinamento sociale, ha definito nuovi confini, marginalizzato, separato ed escluso.
Alessandro Petti e Sandi Hilal -con il suo pancione che “scade” il giorno prima dell'inaugurazione ma che, sicuramente posticiperà comprensivo- fanno da giorni la spola con la Giudecca, dove si affrettano ad ultimare la loro Ramallah Syndrome, installazione a cui collaborano anche Basel Abbas e Rouanne Abourahme.
Parliamo a lungo del loro progetto in Biennale e ne riparliamo il giorno dopo e quello dopo ancora. I loro bollettini serali mi riportano fedelmente il caotico fermento pre-inaugurazione: artisti, tecnici, allestitori si inseguono al ritmo dei trilli dei numerosi cellulari, si sbracciano nel tentativo affannato di captare l'attenzione di qualcuno che, preso da tutta quell'animazione, si protegge a turno gli occhi e poi le orecchie.
Alessandro mi racconta degli intoppi last minute, delle prove tecniche, dei suoni che si sovrastano vicendevolmente.
Ramallah Syndrome, mi spiega, è un'installazione sonora di materiali trovati e d'archivio, registrazioni ambientali e musica elettronica.
Alessandro mi fornisce dettagli tecnici e da Sandi invece colgo l'intenzionalità critica che muove questo intervento, nella sua complessità, sociale e politica.
Sandi sottolinea in più occasioni che a voler essere 'colpita' è l'elite palestinese, prendendo in esame gli 'effetti collaterali' del nuovo ordine spaziale e sociale emerso in Palestina a seguito del collasso del “Processo di pace di Oslo”, che si manifesta in una sorta di normalità sospesa, in una “bolla” - dice Sandi cercando la metafora più adatta - in cui si gonfia l'illusione di poter far coesistere libertà e regime coloniale.
Chiuse dentro un cubo dalle pareti imbottite, le voci si affollano, si urtano, rimbalzano traducendo la stessa sensazione allucinatoria che caratterizza la percezione in una realtà in continua tensione e privazione.
Il caso ha voluto che una sera (non troppo tiepida) di fine maggio io incontrassi due persone speciali, che le nostre figlie condividessero una bambola ed un secchiello, che io mi perdessi nei loro racconti, stupita di meraviglia di fronte ai loro grandi progetti. (www.decolonizing.ps)
Lascio Venezia, la sua sospensione spazio-temporale e, percorrendo il Ponte della Libertà, non posso non pensare alla distanza concettuale che c'è tra un ponte ed un muro, alla differenza sostanziale che c'è, citando Alessandro, fra un “arcipelago” ed un “enclave”.
Vi rimando alla lettura di un libro superlativo scritto proprio da Alessandro Petti, in cui vengono esaminati i confini variabili di un'ecologia dell'esclusione, intitolato Arcipelaghi e enclave, edito da Bruno Mondadori.
P.S. Non pubblico subito ma solo ora...ora che Samà è nata!!

Nessun commento:
Posta un commento