2 marzo 2011

Luci e ombre su Angkor

Certi luoghi chiedono di essere sognati a lungo prima di essere visti.
Ho deciso di non leggere troppo prima di partire. Un po' perché l'edizione della Lonely P. relativa alla Cambogia risale a qualche anno fa e un po' perché - sull'onda del risparmio - abbiamo deciso di acquistarne una aggiornata a Saigon, poco prima di passare il confine.
Di quelle tarocche, intendiamoci, fotocopiate e rilegate da schifo.

Metto ora da parte Phnom Penh, il suo caos da metropoli moderna, insieme ai rivoli drammatici di una guerra e di un genocidio che hanno minato il paese. 
E di cui si respira ancora la desolazione.
In cambio, il mosaico luminoso di campi, risaie e fiumi.

Un viaggio verso i templi di Angkor che mi ha riservato sino alla fine la sua parte di mistero. 

(anche se non nego di essermi preventivamente fatta un'idea piuttosto leggendaria, tra il tempio maledetto di "Indiana Jones" e "La Voie royale" di Malraux.)

Ho lasciato in un “cantone” - come diceva mia nonna – anche le monografie più erudite. E ho lasciato a casa pure la storica dell'arte, quale nella carta sarei.
Informazioni e deviazioni che forse avrebbero potuto rendere banale la sacralità dei luoghi.
Volevo che questa scoperta partisse da pagine bianche riservate a rivelazioni e stupori.
Mi sono quindi rivolta all'essenziale. Date – poche -, dinastie, conversioni religiose e iconografie ad esse collegate che, però, ben poco dicono dei sortilegi di Angkor. Quelli che appaiono quando, nella luce del mattino, i templi ocra galleggiano sulle chiome degli alberi.

Ho cominciato - annodandomi una maglia sulla fronte in versione beduina - a calpestare le innumerevoli rovine che si estendono per una bella manciata di chilometri.
Prime fra tutte quelle di Angkor Wat che, con le quattro cupole oblunghe che si riflettono nell'acqua delle vasche e la torre centrale innalzata a cinquantacinque metri di altezza, è il più imponente di tutti i santuari.
Ma rinuncio ben presto a comprendere il furore pietrificato dei bassorilievi, delle miriadi di animali magici e delle divinità che danzano in una sarabanda barocca.

(Un po' per il caldo, un po' per le orde di turisti coreani, un po' perché i bambini non sarebbero arrivati a sera...)

Percorro le vestigia di Angkor Thom, la città fortificata costruita da Jayavarman VII all'apogeo dell'impero; mi stupisco davanti a Banteay Srei, la “cittadella delle donne”, dove non un centimetro quadrato è sfuggito al ricamo delicato degli scultori.
Per gioco ci arrampichiamo sulle scale di piramidi fino a Buddha per verificare l'esito di scommesse “familiari” – per puro fine esortativo – e scoprire se possegga ancora il volto o se a restargli siano solo i piedi.





Ma soprattutto cerco la pace nella penombra dei cortili interni e nelle gallerie porticate.
E lo sguardo si perde dentro e dietro le innumerevoli soglie.
Perché Angkor è una soglia tra la luce e l'ombra. E il trapasso da una dimensione all'altra è continuamente sottolineato.
Angkor è un cammino fatto di porte.






Ma Angkor è fatto anche di altre colonne. Di altre rovine.
La bellezza di queste rovine è legata alla loro fusione divorante con la natura.
Già, perché la giungla ha divorato i templi, le mura e le torri, e ha imposto radici come gigantesche colonne sulle sculture dell'uomo.
Nella battaglia tra la natura e gli esseri umani, alcuni templi sono stati trasformati dalla violenza di questa giungla, con le radici che sembrano enormi dita tese a trattenere ciò che l'uomo aveva abbandonato e ora rivorrebbe indietro.
Ta Prohm ne è l'esempio più suggestivo: le sue torri e le sue mura in rovina sono strette nel lento ed inesorabile abbraccio di un vasto intreccio di radici.



 



Tiziano Terzani scriveva nel 1993: 

 «Angkor è splendida ora. E così va vista. Vista oggi come la vide nel 1860 con immenso stupore Henri Mouhot che viaggiava nell’Indocina appena diventa­ta colonia… ci sono vari modi per avvi­cinarsi ad Angkor, io dopo aver letto un po’ di quel che negli anni si è accumulato nella mia biblioteca e soprattutto dopo essere stato una decina di volte a vagare nell’immenso parco dei templi, ho scelto per i miei figli l’approccio più naturale: niente lezioni preparatorie, niente carta da portarsi dietro. Solo la propria pelle, permeabile come una spugna».

Ecco. Io ho scelto di fare la bambina.


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