7 gennaio 2012

Di solito mi sento abbastanza giù. Le altre volte, mi sento giù del tutto. W. Allen

Nel frattempo è cambiato anno e il trapasso è avvenuto a colpi di martello pneumatico, con il moto perpetuo e perforante che demoliva le mie membra già da un paio di giorni. 
Dunque trapasso inutile. Senza lenticchie e senza acini d'uva.
Digiuna, collassata in orizzontale, parametri fisiologici molto alterati, stato di vigilanza praticamente nullo.
Imprigionato in un appartamento di Barcellona, nonché al mio capezzale, un marito distrutto moralmente per aver constatato che i tortellini Buitoni venduti in Spagna non corrispondono a quelli italiani... e da lì tutta un'apologia sugli alimenti italiani prodotti unicamente per il mercato estero e i morti cani.
I bambini inchiodati davanti alla tv e alle prodezze di baldi catalani che si cimentavano in giochi di abilità e scommesse astruse del tipo far cadere un uovo dentro a un bicchiere d'acqua spingendolo a colpi di manico di scopa o far finire un biscotto dalla fronte direttamente in bocca facendoselo scivolare lungo il viso. 
Ecco, robe di questo tipo.
Robe che forse sono equiparabili a quando, da bambine, io e le mie cugine eravamo costrette a sorbirci il count down di Marisa Laurito sulla rai. E anche in quelle ripetute occasioni, ricordo che c'era sempre un bambino agonizzante sul divano.
Bè,  la febbre a quaranta per due giorni e il trito d'ossa in abbinamento non credo facesse finora parte della mia anamnesi. 
Ora sì. E compete con il ricovero del primo dell'anno di dodici anni fa, di quando mi hanno "trattenuta" in ospedale ad Alghero per togliermi siringhe di pus dalle tonsille. Inutile appuntare che avevo seguito i suggerimenti degli amici festaioli la notte precedente che, premurandosi di non lasciarmi giammai il bicchiere depredato, incitavano sincopati "Ajò, bevvvi whisky che sfiamma". 
E mia mamma, presentandomi all'otorinolaringoiatra, un po' si era vergognata di quella figlia visibilmente stordita.
Ma adesso io ci tornerei per farmi liberare da questo espettorato: MATERIALE SECRETO MUCOVIRULENTO ESCI DA QUESTO CORPO!
Catarro, lo so, si chiama catarro. Si è posseduto di me scatenando e assecondando una personale predisposizione iconografica che cerca di dare forma e riconoscibilità ai mostri fitomorfici che albergano dentro la mia gabbia toracica. 
E così, mi immagino lo schieramento ordinato delle Costole Stremate contrastare le frange resistenti dell'esercito del Santo Albero Bronchiale. 
Insomma, un po' come le radici degli alberi di Angkor che crepano le mura di templi millenari. 
Sfogo: non ce la faccio più.
Il nuovo anno è iniziato e io non riesco a intravedere il ben che minimo barlume di ottimismo.
Non che prima io lo fossi, ottimista. Diciamo che ho la tendenza a ritenere che le sfighe siano piuttosto permanenti, cioè molto durature, a percepirle come pervasive di tutta la vita e a farne una questione personale. L'anticamera per la depressione? 
Forse mi ha sempre salvata la convinzione che le situazioni negative - chiamiamole così - sono esigue: può sempre andare peggio e comunque, probabilmente, ci sono problemi più gravi.
Caro 2012 - facciamo finta che tu sia babbo natale, tanto qui arriva sempre quando cazzo pare a lui - non ti chiedo l'iphone, non ti chiedo l'ipad, rinuncio anche alle Jelly Belly che compro di nascosto, ma per pietà, liberami dal mio male e, visto che sei pure bisestile, una a tantum, sfregiami e ottundimi con la sindrome di Pollyanna. E dai.

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