Quel momento è arrivato. Quello atteso, immaginato, lacrimato.
La chiamata per Kinshasa ha un volto, un nome, una statura, una biografia lacunosa.
Ma soprattutto ha la bellezza di un'emozione imprevedibile, indicibilmente intensa e controindicata a cardiopatici.
E' il sorriso disarmante di un ometto di tre anni, un corpicino che nuota in due taglie in più e una macchinina blu stretta nella mano destra.
Ha un nome francese, il suo nome, l'unica certezza oltre a quella macchinina blu.
E cercando di pronunciarlo il più fedelmente possibile, mi si accavalla in testa la dolcezza del suono di chi, per prima, ha (chi)amato quel suo nome.
Sono lacrime, di gioia e di dolore.
E' l'amarezza che brucia per il suo "doppio fondo" - quello in ombra - che non potrò mai scorgere ma solo immaginare nella solitudine di un pianto non consolato, nei piedini scalzi su strade di fango, nella pelle arsa da un sole impietoso e nella stessa pelle infreddolita dalle piogge.
E' l'amarezza che brucia per il suo "doppio fondo" - quello in ombra - che non potrò mai scorgere ma solo immaginare nella solitudine di un pianto non consolato, nei piedini scalzi su strade di fango, nella pelle arsa da un sole impietoso e nella stessa pelle infreddolita dalle piogge.
E' la necessità di volerlo contenere, placcare nella morsa di un abbraccio senza fine.
E' volontà di interpretazione, di conoscere e riconoscere.
Leggere i suoi desideri, ma anche anticiparli.

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