3 febbraio 2011

India al setaccio.

Ho lasciato fermentare gli attriti. Gli attriti della visione, gli scontri climatici e i sobbalzi emotivi.
E' stata un'India faticosa. Di tensione fisica. Io, come l'uomo che Musil paragonava a un equilibrista sulla corda, costretto dalla sua stessa condizione di instabilità ad avanzare alla conquista di un nuovo e sempre precario equilibrio.
E' inutile. L'India non mi si è risolta nell'immediatezza della fruizione istintiva e panica, ma in una rinnovata coscienza di lacerazione. Esagero, quasi di shilleriana "sentimentalità".
Le alluvioni, il caldo torrido, le orde umane.
Il mio corpo contrito che ha faticato molto nel tentativo di fluidificarsi col tutto intorno.
La difficoltà di farsi assorbire in quel mondo tragico e arlecchinesco che si snoda attraverso le voci, i discorsi frenetici impastati di vocaboli hindi subito frullati nel flusso caotico di una quotidianità che non può fermarsi ad aspettare nessuno.
Così per la prima settimana, incoscientemente spintonata alle spalle, di fianco, attenta solamente a schivare le cacche di mucca per terra e a insegnare ai bambini la tecnica migliore per affrontare queste gincane salvamerda.
Ritmi stretti, di ambizioni e di treni. Per la prima settimana, almeno.
New Delhi-Varanasi; Varanasi-Jahnsi; Jahnsi-Agra.
Una prima classe per culo, altre due di seconda per culo decisamente inferiore.
Che significa surgelare per la temperatura polare tipically asian, che significa tumularsi in loculi disposti in file da tre, che significa grattarsi via insetti difficilmente rintracciabili nei manuali di entomologia, che significa essere sorpresi dal primo attacco di claustrofobia, che significa andare via di testa.
Durata media delle tratte: 14/16 ore.
Viaggiatori: due adulti e due bambini.
Dettaglio non da poco: ci si abitua.
Così come spontanea si rivela la convivenza con tutta la fauna che alberga nelle stazioni ferroviarie dell'Uttar Pradesh.
Estratto di dialogo fra me ed Emma in un pomeriggio di agosto, stazione di Jahnsi, tempo di giacenza cinque ore circa, accovacciati insieme agli altri due aggregati su una panchina ben attenti a non appoggiare i piedi per terra:
E.: “Guarda mamma, un topo!...Ah mamma, anche là!...Uhh mamma, e quelle due pantegane!”
Me: “Ah, saranno i genitori di quegli altri. E, ops, saranno pure gli zii e i fratelli di questi qui sotto!”

Ma la stazione indiana tout court, oltre a omaggiarti degli special guests, ti offre anche un'illuminante visione e messa in pratica di uno di quei modi di dire che ripeti e senti da una vita. 
Dall'immagine alla formula.
Il marciapiede del binario è affollato. Affollato di folla, folla folla. Folla senza possibilità né di geometria né di autotutela. No, questo non si usa e se anche volessero prenderle in considerazione, non ci sarebbero le proporzioni fisico-spaziali per poterle attuare.
Dunque folla. Spalle contro spalle, toni su toni di Saree, pacco contro fagotto.
Attenzione: arriva un treno. Un treno lungo lungo che si differenzia per carrozzeria e finestrini per ogni coppia di vagone.
Improvvisamente la folla sfolla e si dispone parallela al treno in una RIGOROSISSIMA FILA INDIANA.
Per tutta la Trimurti! Questa è la vera “fila indiana”!!




Nessun commento:

Posta un commento

Cerca nel blog