Aspetto ufficialmente una chiamata. Poi partirò per Kinshasa.
No, non parteciperò a nessun progetto di cooperazione internazionale.
A Kinshasa andrò a conoscere il mio terzo figlio.
Lo guarderò, lo toccherò, ingoierò il suo respiro e -piangendo- insieme prenderemo il volo.
Devo farcire questa attesa, rimpinzarla perché non si ritorca con lamento.
Perciò la intrattengo appuntando una personale cartografia degli umori e cominciando a tracciare i perimetri di quell'universo frammentato e molteplice, quale l'Africa è.
Sfoglio immagini di Kinshasa, di questa megalopoli che, alla stregua di altre città africane, è protagonista di un accelerato processo di accentramento urbano.
Una cosa mi è chiara: la Repubblica Democratica del Congo è accomunata al resto del suo continente da una geografia dell'eccesso che tratteggia due realtà antitetiche, metropoli congestionate e iper edificate da una parte e aree suburbane in via di de-ruralizzazione irreversibile dall'altra.
Le immagini sono molteplici e drammaticamente annodate alle questioni socio-politiche.
Decido di assecondare la mia (de)formazione e mi ritrovo a inseguire visioni e frammenti di chi respira e trascrive metastasi sociali ed ellissi esistenziali attraverso lo scarto interpretativo del gesto artistico.
Scelgo, per adesso, il binario di chi prova a liberarsi dai rivoli più drammatici affidandosi alla pervasione del moderno.
Kinshasa mi appare come La città che sale, che avvolge la comunità nelle sue incongruenze sociali ma dentro lo stesso sistema linfatico di modernizzazione.
La memoria accorre prontamente in mio favore e mi riconduce alle coloratissime costruzioni-giocattolo di Bodys Isek Kingelez, che con le sue extreme maquettes interviene sulla topografia del grigiore restituendo a Kinshasa un ordine ludico e possibilista.
Kingelez è affascinato dall'aspetto incontrollabile e fervido del paesaggio urbano. E' l'artista congolese che ha ordito le più dinamiche architetture senza essere un architetto.
Un virtuoso, mi vien da dire, del bricolage più minuzioso che dispone gli edifici multiformi – cresciuti dal recupero di materiali di scarto - assecondando queste geometrie vorticose.
Il paesaggio si abbandona ai capricci combinatori più spinti e viene altresì decostruito nel suo più profondo significato simbolico.
Nel tempo della città dilagante e autoferita, Kingelez scandisce l'idea di una città rigenerativa tessuta tra il margine del desiderio e quella del sogno.
Per un po' mi sforzerò di pensarla esattamente così.
