17 giugno 2010

La Stella di Chennai


India is calling.
Dopo i numerosi peripli che per anni ce l'hanno fatta sfiorare in lungo e in largo, immaginare e anche un po' odorare nei quartieri di Little India di alcune capitali del Sud Est asiatico, è giunto decisamente il momento di poterla sniffare per bene.
Sì, io ora fremo davvero.
C'è a chi piace definire l'India a partire dalle sue contraddizioni e dai suoi orli e chi invece preferisce pensarla semplicemente come la somma delle sue parti.
Io, che per definizione sono itinerante, ho imparato che ognuno possiede sistemi di imprimitura del tutto personali ma, purtroppo, anche attese che spesso non si incontrano con la realtà.
La sottoscritta, ad esempio, già si pregusta l'effluvio agrodolce tipico delle piogge monsoniche, l'odore acre dei bidi, i colori speziati e il PM10 che penetra dai finestrini senza vetri di un autobus traballante e che farà inalare anche ai suoi nano-accompagnatori.
Mi conosco. Io ho la tendenza -conclamata- alla teoria dell'accumulo che poi, dopo un breve periodo di sedimentazione, si scinde in elogio al dettaglio da una parte e memorie sinestetiche dall'altra.
E per iniziare a familiarizzare con l'Indian Mood, dieci mesi fa mi sono iscritta a un corso di Bharatanatyam, una delle più antiche e tradizionali forme di danza classica indiana originaria del Tamil Nadu. La mia insegnante ne è una vera virtuosa.
Sì, ho deciso di togliermi dalla formalina e di affogare in questa manifestazione di eterna trasformazione dell'Universo che Shiva crea e riassorbe al ritmo della sua Danza Cosmica.
Da mesi divento, anche se solo per alcuni momenti, dio, devoto, diavolo, narratore, animale e demone fluttuando dall'uno all'altro con incosciente disinvoltura.
Nonchalance scandita però da battiti precisi: quelli silenti di una bomba ad orologeria.
Perché ieri sera io e le mie compagne abbiamo affrontato un pubblico assai folto, esibendoci nel nostro primo saggio. Noi, proprio noi, quelle di “Villa Arzilla”!
Quando si parla di “saggio di danza” è inevitabile che di default ci si prefiguri delle graziosissime bimbe in tutù bianco e, perché no, anche qualche maschietto -di norma nel numero di UNO- crudelmente prosciugato nella mortificante calzamaglia di lycra nera.
Ma delle arzillone come noi? Sì, giovanili ok. Ogni tanto è buono e giusto farsi elettrizzare dall'adrenalina. E mi faccio testimone dei benefici.
Oltre al fatto di avere ottimizzato i tempi di preparazione, che non prevede una semplice vestizione ma un decorativismo laborioso fatto di acconciature “orfeiane” e di vezzi non propriamente sobri.
Il Kitsch è il leit motiv dell'Indian Style. E noi, preoccupate di trasudare retaggi tipicamente occidentali che potessero vagamente richiamare quella disgraziata di Lucia Mondella, ci siamo bagnate nell'oro (finto) alla stregua della Madonna di Loreto.
Risultato: delle vere shivaite avvolte in sei metri di sari magicamente foggiato sulle nostre silhouettes in grado di saettare il pubblico con bagliori accecanti ogni volta che i raggi di un tramonto complice s'infrangevano sull'oro (finto) dei nostri orpelli.
Insomma...un successone.
Ergo parto. Tra meno di due mesi IO ci vado, in quell'India lì.

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