L'evento che mi ha fatta capitare a Lubiana un weekend ics di novembre è la proposta generosa di due coppie di amici che si sono volute prendere in affido le cinciallegre come regalo di compleanno del mio consorte.
E la sorte, condivisa, mi ha spintonata nel mezzo del signor Evento
(The Event: The 29th Biennial of Graphic Arts).
E la sorte, condivisa, mi ha spintonata nel mezzo del signor Evento
(The Event: The 29th Biennial of Graphic Arts).
Ma andiamo per gradi.
I dati dicono che la Slovenia rappresenta una piccola isola felice e in
crescita nel panorama dell’Est europeo: due milioni di abitanti in uno
Stato verde che si estende tra Alpi, Carso e mare Adriatico (anche se i
chilometri di costa non arrivano a cinquanta). E Lubiana ne è l’anima,
il vessillo, il fulcro.
Mi pare proprio che Lubiana
abbia cercato - e pure trovato - la sua via personale all’Europa.
Artisti, grafici, architetti,
designer, coreografi, musicisti, scrittori non mancano, e fanno la
differenza. Da loro si attende un colpo d’ali, e il fermento nella
capitale è palpabile quando si percorre il lungofiume, su cui affacciano
gallerie d’arte, locali notturni, ristoranti.
Un piacevole melting pot di architetture, in cui il barocco si mescola ai palazzi della Sezession.
E ciò che più colpisce, passeggiando
lungo le vie pedonali del centro, è il rigore e l’eleganza dei
prospetti urbani: le fughe, gli scorci, l’amenità del lungofiume, che
costeggia con aree verdi la Ljubljanica, il corso d’acqua che attraversa
il nucleo storico e attorno a cui la città si raccoglie.
Il merito di questo fascino va a una sola persona, Jože Plecnik, un architetto che a Lubiana e al suo riordino urbanistico dedicò molti anni della sua vita.
Il merito di questo fascino va a una sola persona, Jože Plecnik, un architetto che a Lubiana e al suo riordino urbanistico dedicò molti anni della sua vita.
Ma io e il consorte - cultori dell'architettura sovietica - ci esaltiamo ancora di più di fronte all'impronta realsocialista, con i materiali della sua modernità inox(idabile) che cozzano beffardi con il linguaggio classico di colonne e obelischi.
Ma torniamo all'Event.
Una selezione di eventi artistici sono presentati in quattro diversi gruppi sulla base di argomenti che sono tipici per l’arte contemporanea: la violenza, la generosità, la ritualità e il vuoto.
E nel "reparto" Violence trovo il mio prediletto Marcello Maloberti con il suo Die Schmetterlinge essen die Bananen che, per inciso, ha esorcizzato la pulsione distruttrice che mi assale ogni volta, passando di fronte a quel cane di porcellana incatenato in bella vista sotto il portico di via San Vitale (e tutti i suoi amici esotici dentro) che da vent'anni cercano di vendere.
Marcello, sinceramente grazie.
Insieme a un gemello grazie per aver tappezzato Lubiana con i manifesti relativi all'omicidio massivo delle tigri.
lo so, lo so, che in realtà il focus è "l'appena prima di, ma che invece è e non sarà più", la poetica dell'attesa e l'emozionale che a essa si lega...
Ma io ti ringrazio per la terza volta.
Non mi soffermo sul Ritual, se non per la volontà - perfettamente riuscita - di rendere definitivamente pensionabili alcuni assunti teorici e suggerire nuove possibilità interpretative.
Intanto la constatazione di una ricerca del sacro che si declina sempre più al dionisiaco e, talvolta, all'assurdo e poi il superamento di una vecchia discussione che si ostinava a considerare la migrazione dall’ambiente originale al museo la morte per l’opera d’arte.
Dunque oggi - a quanto pare - dobbiamo prendere in considerazione anche domande diverse: sarà il museo a prendere vita, se basta creare strutture, contenuti e
rituali che, a molti livelli, assomigliano a quelle di una religione? E
così facendo, che cosa si potrà chiamare alla vita?



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